Io e New York ci siamo “incontrate” più di 10 anni fa: è stato il mio primo lungo viaggio e dopo un tour on the road in California sono arrivata qua: gli spazi sconfinati del deserto californiano e le foreste dei parchi nazionali hanno lasciato lo spazio a quella giungla fitta di grattacieli addobbata all’inverosimile. Era sera ed era la settimana prima di Natale. Ancora oggi ricordo perfettamente l’emozione che ho provato, ricordo ogni singolo istante del viaggio in taxi dall’aeroporto a Manhattan, con lo syline illuminato che lentamente si svelava di fronte a me mentre attraversavo il ponte per arrivare in città. Era così: come me l’ero immaginata, come l’avevo sempre vista. Perfettamente identica a come me l’aspettavo. Ma nonostante questo mi ha spiazzata: le luci, il clima natalizio, le folle di turisti, l’energia incredibile che improvvisamente ti arriva dritto al cuore.

Perché tornare a New York? Perché la prima volta sentivo che avevo visto solo la superficie di questa città e sapevo che prima o poi ci sarei tornata. Ma prima di fare il biglietto ero più orientata sull’Australia: Sydney è ormai la mia seconda casa, il luogo dove torno ogni volta che voglio rilassarmi, staccare la spina ed era questo (almeno così credevo) di cui avevo bisogno, ma poi all’ultimo momento, non so neanche perché, ho cambiato e ho comprato il biglietto per New York.

In quel momento ero convinta che non mi sarebbe mai piaciuta così tanto come la prima volta: insomma la Grande Mela a Natale è qualcosa di magico e spettacolare, basta pensare alla vetrine animate di Macy’s, agli alberi addobbati, alle villette super decorate di Dyker Heights ai cori per strada e i mercatini che sprigionano dolci profumi di cannella e zucchero. Cosa poteva superare tutto questo? Ma ancora una volta New York mi ha spiazzato con la sua vita incontenibile, fatta di rumori in strada, del chiacchiericcio della gente che mangia nei tavolini all’aperto e della musica che risuona sulla spiaggia di Coney Island. In molti mi raccontano che New York a loro fa paura, che mette ansia, ma a me ha fatto l’effetto contrario: mi ha “acceso”. Ha acceso la mia curiosità, il mio istinto, mi ha dato una scossa, inondandomi di emozioni che non riuscivo nemmeno a decifrare.

In questi 3 mesi brevi ma intensi ho visto la città cambiare sotto ai miei occhi, e io con lei. Ho visto il cielo limpido annuvolarsi, la spiaggia di Coney Island svuotarsi lentamente, mentre le foglie di Central Park indossavano i colori caldi dell’autunno e l’iced coffee veniva sostituito dal cappuccino speziato alla zucca.

E nel frattempo io sono rimasta per ore incantata di fronte a straordinarie opere di street art, ho conosciuto persone fantastiche, ho camminato sui ciottoli di stradine antichissime per poi ritrovarmi ad attraversare un’elegante e moderna Park Avenue libera dalle macchine.

Ho visto le parate delle comunità più disparate, ho mangiato dozzine di hamburger e muffin (eh sì, la bilancia ne ha risentito!), ho scoperto che non soffro più di vertigini e mi sono divertita a prendere la funivia di Roosevelt Island decine di volte. Ho visto un party jazz che mi ha riportato nelle atmosfere degli anni ’20, ho capito che amo Brooklyn molto più di Manhattan.

Ho imparato a correre come una newyorchese mentre prima ero capace solo di camminare, ho imparato che “davvero tutto è possibile” se però lo vuoi davvero, ho imparato a contare con le mani all’americana (cioè partendo dal mignolo), ho imparato che ogni delusione o rifiuto è una splendida occasione per ricominciare.

La cosa più bella di quando stai a lungo in un posto è cominciare ad avere delle abitudini e dei luoghi familiari: io avevo il mio Starbucks preferito dove andavo a lavorare (in Montague Street) dove il barista si sforzava di scrivere bene il mio nome (non sempre ci riusciva eheh), il mio pub di Williamsburg, lo Sugarcane, dove mi ritrovavo per l’happy hour con le amiche e avevo la mia linea di metro, la F, che ogni giorno mi portava a Manhattan.